NUMERO #258 | APRILE 2025

Filippo Bragatt

Un luminoso giallo, un provocante volto femminile, il profilo di uomo elegante e il Diavolo dei Tarocchi simboleggiano vizi e virtù: luci e ombre che si fondono in noi, in una perenne ricerca d’identità
NUMERO #258 | APRILE 2025

L’ARTISTA

Filippo Bragatt, nato negli anni 70 a Milano ma emiliano d’adozione, vede nell’iniziale del suo pseudonimo la B di Balthus (il pittore Balthasar Klossowski de Rola). Come artista nasce rubando ogni mossa dai «grandi giocatori», cercando di renderli orgogliosi; contemporaneamente debutta sotto falso nome come scrittore in una divertente commedia: «Polenta e prosa». Raccoglie poi alcuni suoi racconti scritti qua e là, ma soprattutto là, e con alcuni squattrinati attori di teatro (o aspiranti tali) gira per i locali con uno spettacolo: «I tuoi porci comodi». Si dedica poi interamente alla pittura (per fortuna) e alle performance artistiche. «Il successo», come ama dire, «si trova sempre laddove c’è un buon parcheggio, ovviamente gratuito». Per la copertina di questo numero di «Arbiter» ha realizzato «Di arte di pussy e di altre virtù», 100×150 cm, acrilico e spray su tela (@filippobragatt).

COSÌ LO DIPINGO

Era una notte buia e tempestosa… quando il direttore di Arbiter, Franz Botré, con il vizio delle copertine d’artista, e l’artista, io, dalle classiche virtù nascoste (ben nascoste), trovano che i vizi e le virtù siano «l’abito» giusto per questo numero di Arbiter.

Tutto viene tagliato appositamente su misura. Eh sì! Abiti: come definisce Aristotele, i vizi sono abiti. Non sono delle azioni ma delle reiterazioni di azioni. Mentre le virtù, dal latino «vir», «uomo», fanno di un uomo un uomo, in greco «aretè», «ariston»: il migliore. Un lavoro artistico che diventa copertina, una copertina che guardandola ha il compito di farvi finire dentro la stessa.
Quasi come fosse un vizio. Un vostro vizio. La nostra virtù. Giallo primario. Richiama subito vivacità. Energia. Giallo che fa da sfondo come se fosse una luce di lampione sul viale buio, come fari che illuminano la notte. Giallo che ritaglia un profilo di un uomo elegante, avvezzo alla cura, che non lascia nulla al caso. Il cilindro è accompagnato dalla sagoma inconfondibile del mantello che porta sulle spalle, entrambi diventano elementi che ben ci fanno immaginare la sua personalità. Si distingue anche un braccio che dà movimento, esce dal mantello stesso, e con eleganza la mano regge una carta tra le dita.

È una carta dei Tarocchi: l’arcano maggiore XV: Le Diable.
La carta indica, neanche a farlo apposta, il tentatore, da qui si deve passare, la via verso le profondità dell’essere. Forte delle sue ali di pipistrello, Le Diable sorregge una torcia necessaria per abitare l’oscurità del proprio inconscio. Qui è necessaria la virtù. È l’arcano di tutte le passioni, amorose, creative, qui si racchiude tutto il mito di Faust: deliri mentali, rapacità economica, ghiottoneria, tutti i vincoli autodistruttivi. Nulla lo può limitare, distrugge tutti i dogmi. La torcia arde fuoco immobile. Il profilo di quest’uomo potrebbe, usando la forzatura giusta, essere il profilo del bevitore d’assenzio di Édouard Manet del 1858, oppure l’uomo al balcone di Gustave Caillebotte (1880 circa).
Il primo sicuramente vizioso, il secondo inevitabilmente virtuoso. Nel mio lavoro coesistono.
Dentro questa immagine, il volto di una donna. Vizio per eccellenza. La sua bellezza accattivante non lascia dubbi nel suo gesto di fumare. Il fumo per amor di particolare dà l’idea di disegnare il numero sette! Sette i vizi capitali, sette le virtù. Quel sette che in numerologia altro non è che la concezione di perfezione.

La ragazza ha una bellezza quasi fiabesca che non lascia spazio alla volgarità. Ciò che non si vede si immagina. I colori forti, accesi del bosco, sono rafforzati con le ombre violette il colore della cenere non del tutto raffreddata. Il suo sguardo è verso l’infinito, quasi incantato come se fosse in un suo momento di estasi. Lei è inclusa nel profilo di un uomo, ma libera di uscirne con la stessa facilità del fumo della sua sigaretta. L’iride e la pupilla danno l’idea, per l’inclinazione, di un calice di Champagne visto dall’alto.
Vizi e virtù si fondono, elementi che ci appartengono e che devono coesistere nella stessa persona. Magari si possono confondere tra loro, ma sempre alla ricerca di una identità che non deve mai sottostare al male peggiore di quest’epoca moderna: il conformismo, che dopo aver screditato le virtù è riuscito a screditare anche i vizi.

Un mio vizio che posso condividere? Dietro le mie tele nascondo sempre qualcosa che avrei voluto fare davanti. Virtù, virtude, significa anche forza, coraggio, forse allora non ho che vizi. Il ritratto di Moana Pozzi rappresenta il lato B del mio artwork. Lei più che mai doveva avere uno spazio a questo giro. La sua bellezza, la lussuria come stile di vita sono quel fascino che solo l’intelligenza riesce a esaltare. Moana Pozzi, vizi e virtù che si fondono in quella perfezione che invano e continuamente ricerchiamo.
Così si diventa un mito. Con Kant i vizi diventano tipologie, si esce fuori dalla categoria della morale.