NUMERO #261 | LUGLIO 2025

Thomas Berra

Un’immagine improvvisa, come il vento quando arriva. Una figura azzurro-blu nella vegetazione, rallentata eppure, a modo suo, elegante e pertinente, invita a riconoscere l’istante in cui qualcosa cambia
NUMERO #261 | LUGLIO 2025

L’ARTISTA

Nato a Desio (MB) nel 1986, formatosi alla milanese Accademia di Brera, Thomas Berra ha affiancato artisti di vaglia per poi intraprendere il proprio percorso. Lavora partendo dalla tecnica tradizionale del dipinto su carta o tela di vario formato, quindi si espande su supporti diversi per realizzare opere immersive, dal carattere onirico, dove il mondo vegetale trasmuta in paesaggi mistici, animati da soggetti che sembrano venuti da una dimensione fiabesca, in cui gli uomini sono tutt’uno con la natura. L’autore definisce così un immaginario che resta sospeso, invitando alla riflessione. La capacità di Berra di confrontarsi con lo spazio è al centro delle sue ultime esposizioni «Mi guarisce la notte», alla galleria Una di Piacenza fino al 31 luglio, «Il faro dell’arte contemporanea» al castello di San Giorgio a Lerici (chiuderà il 27 luglio) e «Per grazia ricevuta», nel museo e cappella del Tesoro di San Gennaro a Napoli fino al 30 settembre. Negli anni, è stato protagonista di mostre personali e collettive, dalla veneziana Galleria d’arte moderna di Ca’ Pesaro alla Quadriennale di Roma passando per Triennale e Palazzo Reale, a Milano.

Sulla copertina di questo numero di «Arbiter» l’opera «In un brusco soffio di vento» (tecnica mista su tavola, 210x150cm), eseguita nel 2022 (Instagram @thomas_berra_studio).

COSÌ LO DIPINGO

Non so mai esattamente dove sto andando quando comincio un’opera.
Thomas Berra

Si procede per visioni, per slanci. In un brusco soffio di vento è nata così: da un’immagine giunta all’improvviso, come il vento quando arriva e scompiglia tutto, i pensieri, i capelli, l’equilibrio. C’è un corpo, solo. Una figura immersa nella vegetazione, che per quanto non guardi, persa com’è nel vuoto, persa nel tutto, esprime in qualche misura un senso di eleganza e di pertinenza. È come se stesse ascoltando qualcosa che accade fuori campo, oppure dentro di sé. I capelli, mossi da una corrente invisibile, sono la traccia fisica di un passaggio.
Si tratta di quel momento sospeso tra prima e dopo, tra immobilità e trasformazione. E in questa sospensione c’è qualcosa da catturare. La natura intorno non è sfondo, ma presenza, cresce, invade, respira. Si fa architettura fluida. Le piante, simili senza essere mai identiche, si rincorrono con variazioni leggere, come un pensiero che cambia forma pur rimanendo lo stesso. Ogni foglia, ogni fusto contribuisce a costruire un ritmo visivo che avvolge la figura senza costringerla.

Mi interessa sempre quel confine dove il paesaggio non è più solo un luogo ma uno stato mentale. Lì, il margine tra corpo e foglia, tra dentro e fuori, si assottiglia. La pittura è cercare questo spazio fragile, dove le cose si confondono e influenzano. Non c’è una narrazione precisa in quest’opera, bensì un’atmosfera. Un sentire. Difficile dire se il vento stia portando via o dentro qualcosa, ma è chiaro che un attimo può cambiare tutto.
Quel momento, a volte, è silenzioso. Altre volte, invece, è brusco. Guardare questo lavoro significa sostare in uno stato del genere: decidere se resistere oppure lasciarsi andare. Il colore unico, quell’azzurro-blu che raffredda, senza però distanziare, è un tempo rallentato. I pieni e i vuoti, i tratti più definiti e quelli appena accennati, sono un modo per costruire un respiro emotivo, in cui niente viene descritto, piuttosto evocato.
L’immagine rimane aperta, vulnerabile, esattamente come gli uomini quando si lasciano attraversare da ciò che non possono controllare. In un brusco soffio di vento è una soglia. Un invito ad abitare l’instabilità. A riconoscere, con gli occhi fermi e i capelli al vento, l’esatto momento in cui qualcosa cambia