L’ARTISTA

Nato a Barcellona Pozzo di Gotto (Me) nel 1937, Emilio Isgrò vive e lavora a Milano. Tra i nomi più conosciuti della scena italiana odierna, oltre che artista concettuale è regista e scrittore: ha esordito con le poesie negli anni 50, dedicandosi presto a quelle cancellature divenute il fulcro della sua opera, applicate negli anni a libri, mappe, persino pellicole cinematografiche. Ha partecipato a quattro Biennali di Venezia e vinto il primo premio alla Biennale di San Paolo del ’77. Le sue opere sono state esposte nei principali musei internazionali, dal MoMA di New York al parigino Centre Pompidou.
Per la copertina di questo numero di «Arbiter» ha realizzato «L’educazione delle formiche» (tecnica mista, 2025, emilioisgro.info).


COSÌ LO DIPINGO
Ho esercitato la cancellatura in tanti modi: nera, rossa, bianca, con gli insetti.
Quando mi è stata proposta questa copertina, era chiaro che servisse un impatto forte, immediato, e le formiche mi sono sembrate lo strumento più efficace per far emergere una parola che non amo, come del resto non l’amate neanche voi: maleducazione. Il problema è che il pubblico si è talmente abituato alla maleducazione da trasformarla quasi in un valore, e noi abbiamo la responsabilità di innescare una rotta contraria.
Anche l’arte deve assumersi la sua parte di responsabilità, perché spesso è stata maleducata anch’essa, forzando il rapporto con il pubblico pur di farsi sentire. Il nodo che affronto non è mai la cancellatura in sé, ma l’uso della parola. Non è un caso che gran parte dell’arte degli ultimi cento anni sia stata teorizzata da non pittori: penso a Tristan Tzara, ad André Breton, a Guillaume Apollinaire. Anche nelle arti visive la parola è necessaria.
De Chirico è stato un grande scrittore, così come Michelangelo che, non a caso, arrivò a chiedere a una sua creazione per quale motivo non parlasse.
È un’attitudine profondamente europea, perchè la nostra cultura di fonda sulla parola: il pensiero greco, le Sacre Scritture. Negli ultimi trent’anni invece, è sembrato quasi che la parola fosse un lustro da artisti, col rischio di vivere in un’epoca in cui si predica l’impegno professionale senza avere tempo di praticarlo davvero.

