Fa parte di un’altra Toscana e, per estensione, di un’altra Italia questo Castello di Vicarello, luogo che abita una dimensione personalissima fatta tanto di esotismi e stravaganze quanto anche di profondissima coerenza, stabilita prima di tutto con se stesso.
Volendo riassumere in poche parole ciò che più lo rappresenta, è difatti lo spirito di una forte identità fatta di elementi tanto vernacolari quanto cosmopoliti, e di affondi arcaici e balzi avveniristici tanto esasperati quanto perfettamente miscidati tra loro. Curiosa, qui, la sensazione che non siano né il vino né l’edotta forma di ospitalità a esaurirne l’essenza, e questo sebbene alla suite Vicario debba riconoscere il primato della notte più ispirata dell’anno appena trascorso: ne leggerete presto nella rubrica “Camera con Vigna” del cartaceo di Spirito diVino.
Tornando, dunque, ai suoi connotati, essi sono quelli di un castello del XII secolo ristrutturato e arredato a immagine e somiglianza di Carlo e Aurora Baccheschi mediante una raffinatissima combinazione di medievismo e di esotismo (evidenti i tre lustri trascorsi dai due, tra le altre cose, in Indonesia), nel cuore di un fitto bosco mediterraneo avente a oriente l’incombente presenza del Monte Amiata e, a occidente, l’apertura del delta dell’Ombrone spalancato sul Mar Tirreno.
Siamo qui per partecipare alla degustazione organizzata per i primi vent’anni del vin de château, l’omonimo Castello di Vicarello, blend di 45% dei due Cabernet più una 10% Petit Verdot, nel 2004 alla sua prima annata. Proviene da un’unica vigna, Vigna del Castello, appunto: un appezzamento a 300 metri sul livello del mare che consta poco più di un ettaro, attraversato da chiunque s’accinga a entrare nella proprietà.







