Lo scotch prodotto in Giappone è passato dallo scherno dell’Occidente all’essere eletto come «migliore al mondo» dalla Jim Murray’s Whisky Bible. Non è solo un prodotto di eccellenza lavorato con cura artigianale, ma una storia di amore e amicizia infranta. Una bevanda che viene offerta nei santuari shintoisti, là dove l’alcol diventa «omiki», «la bevanda degli dei»

 

 Potrà sembrare incredibile alle orecchie dei più, ma nel Paese del Sol Levante il whisky non è soltanto un prodotto di eccellenza lavorato a tutt’oggi con cura artigianale, ma ha alle spalle una storia secolare, una storia fatta d’amore e di amicizia infranta. All’estero, infatti, l’antifona suona sempre uguale a sé stessa: il Giappone sa solo copiare. Lo si è detto per le moto, per le auto, per le Tv. Nel XXI secolo è il turno del whisky (rigorosamente senza «e»: si segue il disciplinare scozzese). Da quando lo Yamazaki Single Malt Sherry Cask 2013 è stato nominato «Whisky of the year 2015» nella Jim Murray’s Whisky Bible, non sono mancate le accuse da parte di chi reputa il distillato nipponico una «mistura». Spesso si tratta degli stessi farisei che criticano l’importazione di torba dalle Islands e persino il minimalismo dell’estetica delle confezioni, svilito come un’imitazione degli scotch di Islay.