Ronchi di Castelluccio in verticale
Che un territorio del vino non nasca tale ma servano anni di interazione con l’uomo per farne un “terroir” è forse un’evidenza che non ha bisogno, oggi, di troppe spiegazioni. In questo senso, ogni luogo del vino è un paesaggio culturale e, prima ancora, colturale: sia esso il camouflage di vigna e colza cui assomiglia buona parte della Francia nord-orientale, sia esso il mosaico composito di boschi, vallate, calanchi, fiumi, pascoli e, qua e là, anche vigne, cui assomiglia invece tanta nostra Italia, compresa quella di Ronchi di Castelluccio.
Siamo ai piedi dell’Appennino tosco-emiliano, già in odor di montagna benché col sospetto, evidentissimo, del mare che taglia l’orizzonte, in una vallata che è anche un’anomalia appenninica orientata a est-ovest il ché determina primavere timide, restie a cedere alle lusinghe dell’estate, seguita da autunni che indugiano, invece, a lungo nel calore prima di cedere il passo all’inverno; questa è una di quelle giornate. È anche per questo che Modigliana, nella grande denominazione del Sangiovese di Romagna, da tempo brilla per le sue interpretazioni luminose e territoriali: tersi e tesi, minerali e ariosi, profondi e cerebrali, i vini di Modigliana riecheggiano della terra magra, marnosa calcarea, e del bosco che da ogni parte la cinge, innervando i suoi vini di umori balsamici e umbratili, verdi di foglie e di radici.
E il verde, qui, più che un colore è un concetto: lo rubiamo alle parole di Francesco Bordini, che di questa storia è sia demiurgo che ermeneuta ora che Ronchi di Castelluccio è di proprietà dei fratelli Aldo e Paolo Rametta, i quali dopo un passato esistenziale e imprenditoriale ramingo tra USA e Svizzera han deciso di tornare a casa nel vino e di farlo dapprima a Castrocaro Terme con Poggio della Dogana e, dal 2020, con Ronchi di Castelluccio, ovvero la prima realtà vitivinicola della Romagna a vinificare singolarmente, vigneto per vigneto, ronco per ronco, appunto, secondo un’ispirata idea di Luigi Veronelli.







