C’è qualcosa di archeologico nella pittura di Paolo de Cuarto. Non nel senso stretto del termine ma come atteggiamento, come approccio alla materia visiva: le sue tele sembrano affiorare da un tempo che non è il nostro, come reperti ritrovati dopo uno scavo o icone sopravvissute a una catastrofe culturale.
Non si tratta di nostalgia nè di citazionismo, ma di una precisa strategia poetica: quella di trattare l’immagine come un luogo di stratificazione, di erosione, di memoria incompleta. Nato a Catanzaro nel 1972, Paolo de Cuarto sviluppa una ricerca pittorica che si muove sul confine tra il sacro e il pop, tra l’estetica del Carosello e la cultura visuale contemporanea. Eppure, ciò che colpisce nelle sue opere non è soltanto il rimando a un immaginario sfumato o a un passato stilizzato, ma la sensazione che siano già state guardate, consumate, dimenticate e poi riscoperte. Figure ammiccanti, marchi e pubblicità che vivono nella memoria, colori desaturati e atmosfere sospese emergono da superfici che sembrano vissute, a volte consunte, mai per- fettamente nitide. Le scritte interrotte, i dettagli mancanti, i volti solo in parte definiti: tutto contribuisce a farci sentire di fronte a un’immagine rimasta, non a una nuova.



