La maleducazione non è soltanto mancanza di buone maniere, ma un vero e proprio segnale dei tempi. Ogni epoca, in fondo, ha avuto il suo modo di interrompere l’altro, di occupare lo spazio comune, di imporsi senza ascoltare. Già nel Rinascimento mentre Castiglione ed Erasmo tentavano di fissare le regole della civiltà, si intravedeva il suo con- trario: quello strappo che rivela la trama nascosta.

In questo senso, «mala-educazione» è una forma di educazione capovolta, una sorta di scuola del rumore che non insegna a condurre fuori (come suggerisce il verbo educere), ma a trattenere tutto per sé, a mettere l’io davanti alla relazione. Ecco perché la maleducazione non è mai un dettaglio innocuo: chi alza la voce, in realtà, non chiede attenzione, ma reclama un potere.

Nell’attualità, il fenomeno si amplifica, la rete ha moltiplicato la conversazione, ma ne ha ridotto la responsabilità. Lo sgarbo quotidiano vive di tre carburanti: la fretta (il giudizio immediato), l’impunità (l’anonimato o la distanza) e la spettacolarità (ogni gesto come micro-evento). Il talk show, il thread, il commento a cascata: l’educazione cede al ritmo, l’argomentazione allo slogan. Così la maleducazione diventa un dispositivo culturale: produce consenso, genera traffico, occupa l’attenzione, forse la risorsa più scarsa del nostro presente.
Non è un caso che i nostri ambienti comunicativi assomiglino a stanze sature, dove l’aria circola poco e la parola eccede. Non mancano tanto le informazioni quanto, piuttosto, il respiro.

Paolo de Cuarto

Qui entra in scena l’arte, laboratorio dove i sintomi mutano e si fanno forma. Tra gli artisti italiani che hanno indagato con maggior lucidità il rapporto tra parola, potere e silenzio Emilio Isgrò è centrale.
La sua pratica delle cancellature, in questo caso attraverso delle formiche, nere, ostinate, ironiche, non è un gioco grafico ma un’allegoria radicale, esse non distruggono: mostrano. Invadono il foglio, occupano lo spazio, rendono visibile la pressione del collettivo che schiaccia l’individuo. In un’epoca che confonde il molto col vero, l’autore ci ricorda che la conoscenza è anche misura, limite, capacità di dar forma a ciò che si moltiplica senza controllo.
La maleducazione trabocca: le sue formiche ordinano il disordine, trasformandolo in immagine. Si potrebbe dire che la colonia di Isgrò è un atto di buona educazione.
Perché restituisce alla pagina, e per traslato alla sfera pubblica, un equilibrio. Non è caos cieco: è igiene del discorso, responsabilità che dispone. Mettere in scena l’eccesso significa permettere a quanto resta di pesare di più, per comprenderlo, negarlo o evitarlo.