Nel calendario tradizionale giapponese ci sono 72 stagioni e gli anni si chiamano come l’Imperatore in carica. Primavera, estate, autunno e inverno non bastano a rendere giustizia all’inimitabile varietà della natura e ogni sovrano segna il passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo mondo. Questa è l’arma con cui i nipponici si ancorano ai valori più spirituali ed elevati della loro patria per far fronte alla tabula rasa della modernità.
«La verità ti renderà libero, ma solo quando avrà finito con te», sentenziò David Foster Wallace. Ma non si può forse dire lo stesso della modernità? Intendiamoci: chi scrive non è un luddista. Non è al progresso tecnologico in sé che mi riferisco (chi non è felice di poter vivere in una casa riscaldata o di viaggiare su una comoda automobile?), bensì alla modernità dei fast food, dei mobili svedesi, dei social network. Quella modernità che tutto semplifica, velocizza, ottimizza, ergonomizza, domotizza, fino a non lasciare che un guscio vuoto di ciò che prima era un uomo, un viaggio, un lavoro, una casa. È il fascino discreto della sterilità. Il tema non può che far pensare al Giappone, con i suoi robot avveniristici, i treni ultraveloci e gli alberghi a capsule. Qui anche il tempo ha dovuto pagare un prezzo al cosiddetto «progresso», come testimonia l’abbandono del calendario tradizionale wareki. Nelle sue forme primigenie, questo lunario ripartiva l’anno in 24 stagioni (sekki) come il modello cinese a cui si ispirava. Con il progressivo emanciparsi dagli stilemi dell’ingombrante vicino, ai nipponici tale suddivisione dev’essere sembrata grossolana, come a un occidentale possono apparire le due sole stagioni, estate e inverno, contemplate dagli abitanti del Polo Nord. Fu nel 1685 che Shunkai Shibukawa, astronomo di corte, ebbe l’idea di dividere ogni sekki in tre periodi di circa cinque giorni l’uno, detti kō. Così l’anno venne suddiviso in 72 microstagioni, a cui Shibukawa diede personalmente un nome.
Per dare un’idea del funzionamento, risshun («inizio di primavera»), il sekki da cui si faceva principiare l’anno, è diviso in tre kō: «il vento dell’est scioglie il ghiaccio» (dal 4 all’8 febbraio), «gli usignoli cominciano a cantare tra le montagne» (9-13 febbraio) e «i pesci emergono dal ghiaccio» (14-18 febbraio). Alcuni kō si limitano a registrare lo sbocciare dei fiori topici della tradizione: ciliegio (26 marzo), peonia (30 aprile), iris (27 giugno) e naturalmente il crisantemo (13 ottobre), simbolo della casa imperiale. Altri sottolineano la ciclicità degli eventi: se dal 10 al 14 aprile «le anatre selvagge volano a nord», dall’8 al 12 ottobre le si potrà veder tornare; dal 15 al 19 aprile si può assistere ai «primi arcobaleni», ma è inevitabile che dal 22 novembre l’iride si «nasconda». Altri ancora rivelano una poeticità inaspettata, frutto di una sensibilità sottile e lirica. Se a marzo «i bruchi diventano farfalle», ad aprile rimbombano «tuoni lontani». A maggio «le rane cominciano a cantare»; meno scontato è che dall’11 giugno «l’erba marcia si trasformi in farfalle». Probabilmente le cicale sanno che in luglio «i falchi imparano a volare», se scelgono di aspettare agosto per dare il via ai loro «canti notturni». A settembre «la rugiada luccica bianca sull’erba» e a ottobre «i grilli friniscono vicino alla porta», in attesa che «il vento del nord», a novembre, «soffi via le foglie dagli alberi». E se a dicembre, per Thomas Stearns Eliot, «venne Cristo la tigre», i giapponesi si limitano a osservare i sacri cervi di Nara «mutare le corna». Tutto questo fino al daikan, il «grande freddo» (20 gennaio – 3 febbraio), il sekki che termina l’anno, prima che il vento dell’est sciolga nuovamente il ghiaccio e la vita ricominci il suo corso.



